Condividi

DREAMING THE ORIGINAL. L’UNICA, VERA, MIURA JOTA FU COSTRUITA NEL 1972. FERRUCCIO LAMBORGHINI NON SE NE FECE NIENTE QUINDI L’AUTO FU VENDUTA A UN MILIONARIO BRESCIANO CHE LA DISTRUSSE IN UN INCIDENTE IN AUTOSTRADA. L’ESEMPLARE DI QUESTO ARTICOLO, UNA MIURA S, E’ STATO AGGIORNATO CON MOTORE SV E, NEL 2013, CONVERTITO SECONDO LE SPECIFICHE JOTA.

La Lamborghini Miura è stata una delle automobili più importanti della storia dell’automobilismo. La capostipite di una nuova corrente produttiva di automobili con prestazioni estreme. Fu presentata al Salone di Ginevra del ’66 e fino ai primi Anni 70, lungo tutta la sua carriera, ha ricevuto pochissimi aggiornamenti di progetto.

Un pacchetto esclusivo: motore centrale posteriore, TRASVERSALE, 12 cilindri, uno stile (firmato Bertone) che l’ha da subito resa una regina. E che, probabilmente, ha avuto il merito di trasformare il marchio Lamborghini nel brand che oggi è diventato.

Nonostante le prestazioni mostruose di cui era capace la Lamborghini Miura non ebbe mai alcuna velleità ulteriore rispetto alla strada. Un missile, un’auto grandiosa, capace di prestazioni inimmaginabili. Ma solo un’auto stradale. Nulla più.

Andy Wallace, uno dei tester della Lamborghini, fu tuttavia convinto della possibilità di trasformare la Miura in un oggetto ancora più estremo. Per questo obbiettivo erano necessarie due operazioni: riduzione del peso, aumento della potenza.

Ma Ferruccio Lamborghini non aveva alcuna intenzione di impegnare Lamborghini nelle corse quindi questo tipo di progetto partiva “sbagliato” all’origine. Ma diede comunque un’opportunità a Wallace.

Questi decise di creare una Miura da corsa per l’appendice J del regolamento FIA.

Per ottenere questo risultato, Wallace pensò di alleggerire il più possibile la Miura eliminando tutto il peso ritenuto superfluo: abitacolo smontato, superfici vetrate per la maggior parte in plexiglass, un solo tergicristallo, fari anteriori fissi. Quindi, era necessario migliorare l’equilibrio dei pesi: quindi fu riposizionato il serbatoio carburante (dall’anteriore ai fianchi) e la ruota di scorta.

Dal punto di vista meccanico, Wallace sfruttò l’upgrade tecnico ottenuto con la Miura SV: telaio più rigido, carreggiata posteriore più larga, motore con carter secco, sospensioni a doppi triangoli più grandi.

Il risultato era così raggiunto: la Miura Jota.

Nonostante questo progetto non avrebbe mai avuto attuazione per concentrarsi sulla Miura SV, l’unico esemplare costruito fu completato e venduto al milionario bresciano Alfredo Belpone.

Questi, durante un test privato in un tratto autostradale chiuso al traffico, ebbe un incidente. La macchina, andata a fuoco, non fu più ricostruita.

IL TELAIO 423

L’esemplare di queste pagine, una Miura S, fu completata nel 1969 e spedita in Giappone per essere venduta, attraverso la Mizwa Motors, al suo primo proprietario. Negli anni 80 il motore originale fu rimosso e fu installato il propulsore numero 30633, secondo i registri il primo motore SV costruito: 3,9 litri, 385 Cv.

L’ultimo proprietario ha infine deciso di preparare questo esemplare secondo le specifiche “Jota”. Il progetto è stato realizzato da due officine giapponesi specializzate in auto italiane e concluso nel 2013.

Condividi
Alvise-Marco Seno
Esperto di Marketing, Comunicazione e storia dell'automobile, giornalista/fotografo freelance, da sempre coltiva la passione per le auto sportive e d'epoca, l'orologeria meccanica e la fotografia. Dopo la laurea in Scienze Economiche si è trasferito a Milano. Oggi lavora nel settore dell'Automotive e collabora con riviste nazionali e internazionali (sia carta, sia web) nel settore automobilistico, lusso, e orologi.