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AUTUNNO AMERICANO A MILANO. LA “GRANDE ARTE” NON INVECCHIA MAI. IL PADRE DELLA POP ART AMERICANA TORNA NELLA CITTA’ MENEGHINA CHE TANTO AMAVA CON UNA GRANDE MONOGRAFIA. A PALAZZO REALE, LA MOSTRA DEDICATA AD ANDY WARHOL, VISITABILE FINO IL 16 MARZO 2014, E’ CURATA DAL COLLEZIONISTA PETER BRANT CON IL CONTRIBUTO DEL CRITICO FRANCESCO BONAMI.

Il curatore Peter Brant, oltre che appassionato e illustre collezionista d’arte contemporanea, è stato anche un caro amico di Warhol condividendo assieme a lui gli anni artisticamente e culturalmente più vivaci della New York Anni 60 e 70.

Brant iniziò a collezionare Warhol nel 1967, quando acquistò il disegno di lattine accatastate di minestra Campbell (anch’esso esposto).

A Palazzo Reale, il visitatore potrà ammirare oltre 160 opere; dai primi disegni di Warhol, agli autoritratti per finire con una serie di Polaroid mai viste prima in Europa.

L’esposizione, il cui obiettivo è quello di far conoscere non solo l’artista, ma anche l’uomo e l’amico, si snoda lungo un arco cronologico lungo 30 anni: dalla “commercial art” degli esordi alle famose serie degli Anni 60 (le Marilyn tra le quali “Blue Shot Marilyn” uno dei suoi più famosi capolavori, il ritratto della famosa attrice americana che, in mezzo agli occhi, vede il segno restaurato di uno dei colpi di pistola esploso da un’amica dell’artista nel 1964, le Taylor, le Jackie, i Disastri, le Sedie elettriche, i Flowers, gli autoritratti, i Dollar Bills, le Campbell’s e le Brillo Box), degli Anni 70 (la serie dei Mao Zedong, Ladies and Gentleman, gli Skulls, gli Oxidation Paintings, Shadows, i Dollar Signs), e degli Anni 80 (i Basquiat, i Rorschach, i Camouflage, fino alle Ultime Cene).

ANDY WARHOL: GLI INIZI

Warhol, già illustratore di successo, iniziò la sua carriera come artista contemporaneo quasi per caso; esattamente quando, un giorno, un’amica gli suggerì di dipingere quello che gli piaceva di più.

Le cose che a Warhol piacevano di più erano i soldi (192 One Dollar Bills, 1962) e le zuppe Campbell (Campbell’s Soup Can ‐ Chicken With Rice, 1962).

Ovvio immaginare la reazione della “torre d’avorio” dai galleristi guru dell’arte contemporanea di quel periodo. Fortunatamente, bastò poco per farli passare dallo scherno e dal disprezzo all’ammirazione nei confronti di una persona che si sarebbe poi rivelata come uno degli artisti più influenti della sua generazione.

Da “brutto anatroccolo” della Pop Art, già nel 1965 si impose nel movimento degli artisti Pop producendo opere che, tuttora, non conoscono l’usura del tempo.

KEY WORD: INGENUITY

La sua chiave di lettura nasce nella parola ingenuity il cui significato non è “ingenuità”, ma genialità e ingegnosità.

La forza del suo lavoro stava proprio nell’essere geniale e candido, democratico e superficiale nello stesso tempo.

Quello che lo interessava realmente era la possibilità che un semplice oggetto di basso consumo come una bottiglia di Coca Cola, o una persona, una notizia o un’opera d’arte diventassero dei miti nella percezione sociale collettiva.

A interessare Warhol non era il contenuto delle cose o delle persone ma la loro capacità di portare il pubblico a identificarsi con loro, trasformando l’ammirazione in idolatria.

Del pittore geniale si apprezza il fatto che abbia trattato democraticamente tutti i suoi soggetti trasformando il moderno concetto di icona; sostantivo fino ad allora indissolubilmente legato al mondo religioso e che riuscì a “sdoganare” rendendolo “laico” e pop.

Egli riuscì a ritrarre l’anima e il pensiero di un’America che parlava al mondo dando vita, con le sue opere, a un viaggio nei sogni e nei pensieri dell’Occidente; creò un nuovo linguaggio visivo per il quale non conta l’oggetto ma il desiderio del soggetto nei confronti di quell’oggetto; non conta l’immagine, ma il desiderio di quell’immagine. Ha colto i desideri delle persone e li ha interpretati, costruiti, proposti e imposti.

Dopo Milano la mostra proseguirà per il prestigioso museo LACMA di Los Angeles.